Cinquant’anni di AISD tra memoria, sfide e futuro della medicina del dolore
Firenze 10 marzo 1976 - Firenze 10 marzo 2026
Un anniversario che è insieme celebrazione e momento di riflessione. A cinquant’anni dalla fondazione dell’Associazione Italiana per lo Studio del Dolore (AISD), il convegno del 10 marzo ha riunito fondatori, presidenti e nuove generazioni per ripercorrere una storia scientifica e culturale che ha cambiato il modo di intendere il dolore in medicina. Ad aprire i lavori è stato il presidente Diego Fornasari, che ha sottolineato il valore simbolico della giornata e il ruolo di tutto il Consiglio Direttivo nel promuovere un’iniziativa “di memoria e di futuro”. Accanto a lui, Giustino Varrassi ha richiamato l’emozione personale e collettiva di chi ha vissuto gran parte del percorso dell’associazione, ricordando il contributo dei maestri e il filo continuo tra passato e presente.
Le origini: una nascita semplice, ma una rivoluzione culturale
Giancarlo Carli e Marco Maresca hanno restituito un’immagine di grande semplicità del modo in cui l’AISD nacque nel 1976, nello studio del professor Paolo Procacci, da una riunione tra pochi pionieri. Eppure, dietro quella semplicità, si celava una svolta epocale. «Ci fu una riunione molto frugale nello studio di Procacci che disse: propongo la creazione di questa associazione, che ne dite? lo diciamo anche a Pepeu al piano di sopra? Pepeu era un ricercatore già noto in tutto il mondo come farmacologo. - queste le parole introduttive del prof. Carli. - Quindi la cosa nacque in maniera molto amichevole e ha continuato ad essere così, c'era anche Maresca che è qui presente -ha continuato il professor Carli - anche lui ha vissuto tutto questo lunghissimo tempo, nel quale ci siamo incontrati moltissime volte, perché allora effettivamente c'era da fondare questa associazione e promuovere la novità che questa idea conteneva.»
Ma dietro a questa semplicità organizzativa c'era invece un grande lavoro di studio e di ricerca promosso da vari medici italiani che si interessavano di fisiopatologia del dolore. E non solo italiani. Infatti per questo progetto il ruolo portante lo ebbe sicuramente da John Bonica, un medico veramente rivoluzionario che ha inventato il dolore nel senso di malattia. Fino agli anni Cinquanta il dolore era un sintomo e diventò una malattia. Il suo modello, basato su un approccio multidisciplinare e su una visione globale del paziente, rappresentò l’ispirazione condivisa dai soci fondatori di AISD.
Firenze, in quegli anni, si confermava crocevia internazionale della disciplina: dai congressi degli anni Settanta alla nascita dell’associazione, la scuola fiorentina seppe connettere ricerca, clinica e relazioni internazionali, superando i limiti di un contesto ancora poco aperto al dialogo scientifico globale. (si leggano anche a pagina 11 di Dolore Aggiornamenti Clinici 1/2026 i ricordi e gli aneddoti di Carli e Maresca su quei primi anni e sulle figure di Bonica e di Paolo Procacci).
La giornata è stata poi arricchita da un programma di letture scientifiche di relatori di primo piano – da Telmo Pievani con una riflessione su dolore ed evoluzione del cervello umano, a Luis Garcia-Larrea, presidente EFIC, con una lettura sulla “pain matrix”, fino agli interventi di Tony Dickenson sulla variabilità del dolore, Stefano Coaccioli sugli archetipi millenari e Maria Nolano sul rapporto tra percezione e pelle. Queste letture hanno ulteriormente arricchito il confronto e l'impegno culturale e scientifico cui AISD tiene molto, confermando la centralità del dolore come tema cruciale, al crocevia tra scienza, clinica e cultura.

Multidisciplinarietà: il tratto distintivo
Se un elemento emerge con forza da tutti gli interventi della tavola rotonda, che ha chiuso l'incontro, questo è la multidisciplinarietà. Dalla testimonianza dei fondatori fino alle riflessioni dei presidenti successivi, il dolore è stato descritto come un campo che non appartiene a una sola specialità. Psicologi, anestesisti, neurologi, fisiatri, farmacologi: l’AISD ha rappresentato fin dall’inizio un luogo di incontro tra competenze diverse. Un approccio che, come ricordato da più relatori, non è solo organizzativo ma culturale: il paziente non è “di qualcuno”, ma di un’équipe. Questa visione ha trovato eco anche nello sviluppo delle cure palliative dove le due discipline possono essere viste come due facce della stessa medaglia, unite dalla centralità della persona e dalla complessità del dolore.
Particolarmente vivi i ritratti di vari Maestri dell'algologia italiana che hanno preso il testimone dai soci fondatori e portato avanti la ricerca e la cura. Enrico Polati, Gabriele Finco e Giustino Varrassi hanno ricordato con grande affetto e stima le professionalità e l'incisività di idee e strategie di Stefano Ischia, Università di Verona, Vittorio Pasqualucci, Università di Perugia, Mario Tiengo e Vittorio Ventafridda, istituto dei Tumori di Milano, per citarne alcuni. Stefano Ischia ebbe la forza di organizzare all'Università di Verona, quando questo era ancora possibile, una scuola di specializzazione in medicina del dolore. Mario Tiengo avviò a Milano la Cattedra di fisiopatologia del dolore. Tutti studiosi di grande cultura, ben oltre il proprio ambito medico. "Ricordo le più belle conferenze del professor Ischia, ha commentato Polati - sul tappeto persiano e sulla storia dell'arte."

Da sinistra: Stefano Coaccioli, Gabriele Finco, Maria Caterina Pace, Caterina Aurilio, Enrico Polati, Marco Maresca, Giancarlo Carli, Giustino Varrassi
Il nodo irrisolto: la formazione
Se la storia dell’AISD è segnata da successi scientifici e organizzativi, il dibattito della tavola rotonda ha messo in luce con chiarezza una criticità ancora aperta: la formazione.
Numerosi interventi hanno denunciato la carenza di insegnamento della terapia del dolore nei corsi di laurea e nelle scuole di specializzazione. In alcuni casi, è stato ricordato, interi percorsi formativi non prevedono nemmeno un’ora dedicata al tema.
Eppure, il dolore è una componente trasversale della pratica clinica. Da qui l’appello condiviso a introdurre una formazione capillare, fin dai primi anni universitari e in tutte le professioni sanitarie. Esperienze come quella dell’Università di Cagliari, dove la medicina del dolore è stata integrata progressivamente nel curriculum, dimostrano che un cambiamento è possibile.
L’esperienza maturata a Cagliari dal professor Gabriele Finco rappresenta infatti un esempio concreto di come la formazione universitaria possa incidere profondamente sulla qualità dell’assistenza sanitaria. Arrivato nel capoluogo sardo oltre vent’anni fa, ha raccontato di aver ricevuto fin da subito un mandato chiaro: “trovare qualcosa che entusiasmasse gli studenti e che facesse fare un salto di qualità nell’assistenza”.
Da qui è nato un percorso formativo progressivo e strutturato, che accompagna gli studenti lungo tutto il ciclo di studi. Si parte già dal secondo anno con il pronto soccorso avanzato, seguito da un corso di deontologia medica centrato sulla comunicazione con pazienti e caregiver. Al terzo anno viene introdotta la fisiopatologia del dolore, mentre negli anni successivi si consolidano competenze sempre più pratiche e specialistiche, fino ad arrivare alla medicina del dolore e alle cure palliative, oggi inserite stabilmente nel curriculum con crediti formativi ed esame finale.
Un cambiamento che inizialmente ha suscitato sorpresa tra gli studenti, ma che nel tempo ha prodotto risultati evidenti. Secondo quanto riportato dai colleghi delle altre scuole di specializzazione, i giovani medici formati con questo approccio mostrano una maggiore attenzione al paziente e, soprattutto, migliori capacità comunicative rispetto alle generazioni precedenti.
Non solo: questa formazione ha avuto ricadute concrete anche nella pratica clinica. In ambito ospedaliero, ad esempio, si è ridotta la necessità di ricorrere allo specialista anestesista per la gestione del dolore post-operatorio, segno di una maggiore autonomia e competenza diffusa tra i medici di reparto.
Il modello è stato ulteriormente rafforzato estendendo l’insegnamento della terapia del dolore e delle cure palliative a tutte le scuole di specializzazione, indipendentemente dalla disciplina. “Abbiamo tolto l’anestesia e inserito la terapia del dolore e le cure palliative”, ha spiegato il professor Finco, sottolineando la volontà di rendere queste competenze trasversali.
Lo sguardo è ora rivolto al futuro. L’obiettivo dichiarato è ambizioso: ricostruire anche in Italia una scuola di specializzazione dedicata alla fisiopatologia e terapia del dolore, sul modello di quella che in passato esisteva a Verona.
L'intervento della professoressa Caterina Aurilio ha puntualizzato i momenti di avvio della legge 38, con l'organizzazione dei primi master e la discussione per l'avvio di una specializzazione in terapia del dolore che purtroppo non si è riusciti a realizzare per un problema di fondi, la terapia del dolore è stata inserita nella dicitura della specializzazione in anestesia, rianimazione e terapia intensiva, cui si è aggiunta, appunto, la terapia del dolore.
Purtroppo, ha rilevato Enrico Polati, pur ringraziando Caterina Aurilio e il prof. Barbarisi per aver lavorato per l'inserimento della terapia del dolore nelle declaratorie del Miur, nella scuola di anestesia, abbiamo avuto e abbiamo ancora un problema di cecità tra nostri colleghi anestesisti che considerano la terapia del dolore come di serie C, ponendo in prima fila la rianimazione, poi l'anestesia, quindi permane un grande problema di scarsa formazione dedicata al dolore nelle Università.
Altro nodo irrisolto: l'attuazione della legge 38
Accanto alla formazione, resta anche un problema di consapevolezza: la legge 38 del 2010, che sancisce il diritto alla terapia del dolore, è ancora poco conosciuta sia tra i cittadini sia tra gli operatori sanitari.
La legge 38 rappresenta ancora oggi un punto di riferimento fondamentale nel panorama sanitario italiano, ma la sua piena attuazione resta una sfida aperta. A sottolinearlo è stata Maria Caterina Pace, che ha ricordato come il provvedimento sia nato da un processo ampiamente partecipato: “non soltanto un esempio di buona politica, ma anche di grande condivisione”, grazie al coinvolgimento di numerose società scientifiche, dalle cure palliative alla pediatria e altre, oltre all'AISD stessa.
Nonostante questo impianto solido persistono criticità significative. “È un’ottima legge - ha osservato - ma rispetto alla sua attuazione ha ancora parecchi problemi”. Tra i nodi principali emergono quelli dell’equità e, soprattutto, della formazione.
Negli anni si è cercato di colmare queste lacune con iniziative diffuse, master, corsi nelle scuole di specializzazione, attività formative trasversali, ma spesso si tratta di percorsi lasciati alla sensibilità dei singoli docenti. Il risultato è una formazione disomogenea: in alcuni contesti il tema del dolore è centrale, in altri completamente assente. “Già il fatto che sia lasciato un po’ all’etica personale — sottolinea Pace - ci fa capire come alcune scuole di specializzazione non ne parlino per niente”.
Da qui la necessità di un cambio di passo: rendere la formazione sulla terapia del dolore capillare e obbligatoria in tutti i percorsi sanitari, non solo in medicina ma anche nelle altre professioni. L’obiettivo è chiaro: garantire che nessun operatore sanitario esca dal proprio percorso senza una preparazione adeguata e senza una consapevolezza dell’approccio da adottare nei confronti del paziente.
Il problema, tuttavia, non riguarda solo i professionisti. Anche tra i cittadini la conoscenza della legge è ancora molto limitata. Un’indagine di Cittadinanzattiva ha evidenziato che oltre il 70% della popolazione non sa dell’esistenza della legge 38 e del diritto alla cura del dolore. “C’è ancora tanta strada da fare”, ha concluso Caterina Pace, indicando nella diffusione culturale e nell’informazione una priorità tanto quanto la formazione.
Sulla stessa linea si è collocata la testimonianza di Stefano Coaccioli, già docente all’Università di Perugia, che ha raccontato il proprio impegno nel portare la medicina del dolore all’interno dell’insegnamento accademico. Dopo anni di insistenza, nel 2018-2019 era riuscito a ottenere l’introduzione di crediti formativi dedicati: un risultato significativo, ma fragile, tanto che con la sua uscita dall’università l’insegnamento si è interrotto. Eppure, i segnali lasciati da quell’esperienza sono ancora visibili. “Vedo che i laureati di quegli anni sono molto interessati alla terapia del dolore”, a dimostrazione di quanto la formazione possa incidere concretamente sulla pratica clinica.
Coaccioli ha ricordato anche piccoli ma emblematici cambiamenti organizzativi, già prima della legge 38, come l’introduzione sistematica della rilevazione del dolore in cartella clinica. Un’operazione semplicissima, “mezzo secondo” per chiedere al paziente se prova dolore, che ha contribuito a modificare l’approccio assistenziale nel policlinico di Terni.
Non sono mancati, però, gli ostacoli culturali e istituzionali. Emblematico il tentativo di istituire il comitato “ospedale-territorio senza dolore”, previsto da una normativa già esistente ma sconosciuta persino alla direzione sanitaria. “C’era una legge e la direzione generale del mio policlinico non la conosceva”.
Alla base di tutto resta una riflessione più ampia sul senso stesso della medicina. Dopo anni di ricerca su meccanismi complessi e terapie avanzate, Coaccioli ha richiamato l’attenzione su un punto essenziale: “noi facciamo medicina per diminuire la sofferenza di una persona”.
Un principio che trova riscontro nella pratica quotidiana, dove il controllo della malattia non coincide sempre con il sollievo del paziente. Se una mamma non riesce ad abbottonare il grembiule del figlio perché ha un’artrite reumatoide sotto controllo, ma il dolore non è controllato, è proprio in questo scarto tra cura e qualità della vita che si gioca, ancora oggi, la sfida della medicina del dolore.
Tra identità e futuro
A conclusione della tavola rotonda Giustino Varrassi, che ne ha curato la moderazione (già presidente di AISD per due mandati successivi), ha espresso la sua personale gioia e soddisfazione per la presenza in sala di tanti amici che hanno contribuito al mantenimento in vita dell'associazione italiana per lo studio del dolore, vicini a molti giovani soci.
"Come presidente della Fondazione Paolo Procacci - ha commentato - sono particolarmente orgoglioso di aver preservato in qualche modo il grandissimo impatto che il professor Procacci ha avuto in questo movimento scientifico all'interno della medicina interna inizialmente, e poi con uno spazio molto più fecondo e ampio nella medicina del dolore, a livello internazionale e nazionale, riuscendo a dare vita all'Associazione Italiana per lo studio del dolore in maniera estremamente proattiva".
Nel tirare le fila della discussione, il presidente Diego Fornasari ha ribadito il valore dell’identità dell’AISD: una società capace di mantenere viva la memoria – anche attraverso il coinvolgimento continuo degli ex presidenti – e al tempo stesso di rinnovarsi grazie ai giovani.

Il futuro, secondo i partecipanti, passa da alcune direttrici chiare: rafforzare la formazione, superare le divisioni tra discipline, integrare sempre più terapia del dolore e cure palliative, e promuovere una cultura diffusa che riconosca il dolore come elemento centrale della cura.
Cinquant’anni dopo quella semplice riunione nello studio di Procacci, l’AISD si presenta dunque come una realtà matura, ma ancora in evoluzione. Con una consapevolezza condivisa: molto è stato fatto, ma la strada per garantire a tutti i pazienti una reale presa in carico del dolore è ancora lunga.
Articolo pubblicato su Dolore Aggiornamenti Clinici 1/2026
